IL TERRITORIO SI RACCONTA

22/10/2015




Le macroregioni Adriatico-Ionica e Alpina a Expo



I “segnali forti” di Expo rimandano agli indicatori che influenzano il Pil e in questo senso i dati parlano di una esposizione universale di successo: più di 19 milioni di biglietti venduti (i venti milioni sono stati raggiunti), +60% di presenze alberghiere, +30% di movimenti di carte di credito, +160% di flussi comunicativi.

Per quello che riguarda invece i contenuti, quelli che io chiamo i “segnali deboli” perché rispetto ai dati economici appaiono meno all'esterno e godono di minor rappresentazione, ad Expo si sono tenuti ben 7000 convegni, 7000 momenti di riflessione.

Uno di questi che mi piace ricordare qui è quello che si è tenuto l’11 ottobre organizzato dalla Regione Marche in collaborazione con la Regione Lombardia sul tema delle macroregioni. Un piccolo seminario di studio, partecipato dai diretti interessati (le due Regioni, i Comuni, gli studiosi dell’università e i relatori) ma dove il dibattito è stato molto alto e direi proficuo. Sia come momento di auto riflessione dei territori macroregionali coinvolti e sia per le prospettive anche operative che ha tracciato: l’impegno delle due Regioni ad organizzare un confronto tra le due macroregioni ogni anno, alternativamente in Lombardia e nelle Marche .

Il confronto tra le due macroregioni, quella Adriatico-Ionica già istituzionalizzata e quella Alpina in via di istituzionalizzazione, era già partito nel seminario di preparazione ad Expo che organizzammo ad Ancona e che aveva come titolo “Il vento di Adriano”, con riferimento all’approccio olivettiano al territorio e al quale erano presenti il presidente Maroni e il presidente di allora della Regione Marche, Spacca.

Nel seminario a Expo, il ragionamento è partito dall’intuizione di Remigio Ratti dell’Università della Svizzera Italiana (uno dei relatori) su “spazio di posizione e spazio di rappresentazione” cioè da un lato la realtà socio-economica, geografica e culturale dei territori e dall’altra la rappresentazione che essi stessi si danno, intendendo per rappresentazione anche la dimensione istituzionale. Riflessione importante oggi rispetto al contenitore, ancora incerto e non istituzionalmente dato, delle macroregioni ma anche rispetto alla dimensione, attualmente “in bilico” e in via di transizione, della stessa istituzione regionale. 

Come presupposto di riflessione, nell'attuale contesto di cambiamento, alla dimensione dello spazio di posizione e quello di rappresentazione aggiungo i concetti di “luoghi faglia” e “luoghi soglia” cioè i luoghi di rottura delle forme di convivenza, dei rapporti socio economici, dei rapporti trans frontalieri.., da un lato, e quelli invece della loro ricomposizione dall’altro.

Ponendo la questione per le macroregioni del capire se si tratti di luoghi faglia o di luoghi soglia cioè se rappresentino spazi di rottura o soglie di scambio e di interrelazione.

Come dicevo il dibattito è stato molto alto. Sono stati citati Denis de Rougemont (lo studioso svizzero che parlava di “elvetizzare l’Europa”), Emile Chanoux (martire della Resistenza in val d’Aosta e teorico del federalismo valdostano) e Gianfranco Miglio da Stefano Bruno Galli della Regione Lombardia. Sergio Anselmi e lo stesso Adriano Olivetti da Fabio Sturani per la Regione Marche. E da entrambi Robert Putnam e Fernand Braudel, andando a ricercare padri nobili di un discorso storico e culturale di lunga deriva che sta alla base del concepimento di quei due spazi di posizione come spazi anche di rappresentazione, le due macroregioni Adriatico-Ionica e Alpina, appunto.

L’approccio della Regione Lombardia alla macroregione Alpina non può prescindere dalla questione settentrionale e dentro questa dalla specificità della Regione lombarda che, con i suoi 54 miliardi di residuo fiscale distacca di ben 33 miliardi il Veneto e l’Emilia Romagna che sono al secondo posto nella graduatoria con 21 miliardi di residuo fiscale ciascuna. E Galli ha citato Robert Putnam che, parlando della tradizione civica nelle regioni italiane, affermava che in Lombardia, per effetto dell'età comunale e altre occorrenze storico sociali, ci sono una mentalità collettiva, modelli di cultura e di comportamento molto specifici che ne spiegano la leadership economico produttiva. A cui si aggiunge, secondo Galli, una punta di influenza calvinista.

Galli ha poi ravvisato nella genesi e nello sviluppo dell'Unione europea la scommessa, secondo lui perduta, di costituire l'Europa negli anni 50 sulla forma Stato, immaginandola come somma di stati quando già gli studiosi e gli analisti più accorti di allora vedevano che quella forma-Stato si avviava verso il suo inesorabile declino, “per la complessità delle strutture sociali, per la complessità delle strutture economiche... Per una folla di ragioni, direbbe Gianfranco Miglio”, ha detto Galli. Che ha sottolineato anche la lungimiranza della Fondazione Agnelli che già nel '92 segnalava la catena dell'arco alpino come spazio in cui si misurano modelli di cultura, di comportamento, filiere del manifatturiero e sensibilità sociali e culturali omogenee e come luogo privilegiato della ricomposizione di conflitti. Questi dovrebbero essere i criteri di considerazione dei territori anche dentro la UE, dice Galli: “mettere insieme i territori, mettere insieme quelle che sono le vocazioni economico produttive, i modelli di cultura, i modelli di comportamento, le sensibilità sociali dal punto di vista territoriale può rappresentare davvero la strada del futuro anche dell'Unione europea”.

Per la macroregione Adriatico-Ionica è stato citato Sergio Anselmi che ha scritto di Adriatico nei termini della lunga deriva quanto Braudel lo ha fatto per il Mediterraneo. E poi ancora Robert Putnam quando lo studioso americano della coscienza di luogo dice che “il centro Italia è là dove l'Italia è più Italia” con la sua tradizione dei comuni e il capitalismo dolce.. Ma anche con la sua “società del rischio” che Putnam, quando ha scritto delle tre società, ha collocato molto più al centro che non al nord, in Toscana nelle Marche nell'Umbria. Sturani della Regione Marche ha ricordato, a riprova di come anche il meccanismo della macroregione Adriatico-Ionica sia bottom up, i forum delle città dell'Adriatico e dello Ionio, le camere di commercio dell'Adriatico e dello Ionio, le università macroregionali che hanno operato e costruito opportunità di crescita, di sviluppo e di confronto. E quanto siano importanti anche le fusioni tra i comuni che possono essere una delle risposte ai ripensamenti istituzionali e territoriali salvaguardando l’identità municipale e comunale, il campanile. E ha posto l’accento su una gestione dei servizi che inizia ad essere posta su scala interregionale.

Sturani ha anche ricordato che la macroregione Adriatico-Ionica è partita dalla questione pesante della crisi dell'area balcanica e del dissolvimento della ex Jugoslavia: “Il primo forum delle città dell'Adriatico lo abbiamo fatto al Comune di Ancona dove avevamo il problema di come collocare fisicamente le delegazioni che fino a poche settimane prima si erano sparate. Questo era il dato di partenza, oggi collaboriamo facciamo progetti insieme”. E non ha dimenticato la questione dei flussi delle migrazioni che vedono il nostro paese, e in modo particolare le regioni adriatico-ioniche, direttamente interessate invocando “una politica che non può essere una politica rinchiusa”.

Due visioni diverse dunque, quelle delle due Regioni, ma che proprio per questo si giovano del confronto.

Partendo dalla citazione di Braudel sulla montagna come “epicentro della libertà”, l’intervento di Remigio Ratti ha portato l’esempio eloquente della Svizzera, una terra di diversità tenute insieme proprio dallo spazio di rappresentazione di questo paese. Uno spazio di rappresentazione consentito e voluto nel corso dei secoli, oltre che dall’autoriflessione della Svizzera stessa, dagli stati confinati: “gli altri nella storia ci hanno lasciato vivere nelle nostre indipendenze braudeliane (“la montagna epicentro di libertà”) perché faceva comodo a tutti che i passi della Svizzera non fossero asburgici oppure francesi ma fossero uno spazio libero e attorno allo stato di passo è nata la Svizzera che oggi troviamo in questa configurazione estremamente diversa e che può essere significativa nel discorso delle macroregioni perché, se vogliamo, la Svizzera è una macroregione perché così si è rappresentata...”. Così si è rappresentata e così si sviluppa se, come ci ha raccontato Ratti, pur nella salvaguardia dei 26 cantoni e delle loro intoccabili peculiarità, la Svizzera programma i suoi servizi (le infrastrutture dei trasporti, quelle ospedaliere, quelle della formazione, della ricerca ecc. ) a livello di macroaree, quelle che tengono insieme le 5 aree metropolitane svizzere.

Remigio Ratti non si è astenuto dall’indicare anche quella che potrebbe essere una “trappola” per la macroregione Alpina dicendo che la Svizzera vede il processo delle macroregioni europee essenzialmente come emanazione della UE. Dunque da un lato come un processo top down che non piace e dall’altro come una distribuzione di risorse di cui la Svizzera, non facendo parte dell’Unione, non si avvantaggerebbe.

Le diversità fiscali dentro la macroregione Alpina sono state sottolineate da Giancarlo Pola dell’Università di Ferrara che ha illustrato il fiscalismo più o meno federalista degli stati che insistono sulle Alpi: Italia Francia Svizzera Germania e Austria.

Interventi molto significativi sono stati anche quelli che hanno messo in luce buone pratiche dentro le due macroregioni: quella di Uniadrion l’università telematica della macroregione Adriatico-Ionica di cui fanno parte università di Albania, Bosnia-Herzegovina, Croazia, Grecia, Serbia, Montenegro, Slovenia, Macedonia e Italia, raccontata da Gianluca Gregori dell’Università Politecnica delle Marche. Il polo universitario macroregionale oltre che della formazione, si occupa di start up macroregionali accompagnandole fino al fundraising. E quella dell’Università della Montagna, un distaccamento dell’università di Milano a Edolo, in piena montagna, dove gli studenti si integrano nei luoghi montani vivificandoli con iniziative economiche e culturali di vario genere con un approccio pragmatico che è anche quello richiesto alla politica dalla direttrice, Anna Giorgi: “si sa già cosa si deve fare, non c’è più bisogno di studiare, serve un approccio pragmatico, che venga dalla UE o no non importa”. 

Infine il direttore di Marche Spettacolo, Carlo Pesaresi, ha richiamato l’attenzione sull’importanza della cultura e del mantenimento delle differenze culturali, asset strategico nell’economia leggera dell’immateriale anche per lo sviluppo economico delle macroregioni.



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