MERCATO E MERCATI

9/09/2015




Gli agricoltori esasperati chiedono misure anticicliche



Nel pieno dello svolgimento della manifestazione universale di Milano, alcuni fatti assolutamente rilevanti che riguardano l'agricoltura sono balzati all'onore delle cronache mondiali.

I bassi prezzi delle principali commodities agricole (cereali, soia, latte ecc.) che stanno caratterizzando, con qualche rara eccezione come il grano duro, l'attuale stagione produttiva, hanno scatenato l'ira degli agricoltori europei.

Tale situazione, assolutamente congiunturale, sta causando grandi problemi ai bilanci delle aziende agricole, in particolare europee, che soffrono anche delle crescenti difficoltà di accesso al credito bancario.

L'esasperazione degli agricoltori, che vedono concreti rischi nella possibilità di sopravvivenza per le proprie aziende, ha scatenato le manifestazioni di piazza di questi giorni.

I primi a muoversi, come sempre, sono stati i francesi che hanno invaso Parigi e altre città della Francia, poi gli italiani con le manifestazioni al Brennero, e anche Bruxelles, che è la capitale delle politiche agricole della nostra Unione, è rimasta bloccata dai trattori provenienti da tutta l'Europa.

Le risposte della politica non si sono fatte aspettare, in particolare dal Consiglio dei Ministri dell'agricoltura straordinario della UE, che ha proposto una serie di interventi urgenti per aiutare gli agricoltori colpiti dalla crisi dei prezzi.

La sensazione è che le misure previste, senz'altro positive, non risolvano i problemi denunciati dagli agricoltori che vorrebbero misure non solo, e non tanto, emergenziali ma strutturali, in quanto l'agricoltura ha bisogno di politiche di media-lunga durata.

Si manifesta, ormai da tempo, la necessità di implementare la Politica Agricola Europea (PAC) con misure anticicliche, sul modello del Farm Bill americano, che permettano di intervenire sui mercati agricoli per calmierare o sostenere i prezzi perché le oscillazioni danneggiano fortemente gli agricoltori e i consumatori.

Interventi di mitigazione sugli andamenti dei mercati agricoli, da contrattare ovviamente in sede WTO, sono indispensabili per stabilizzare la capacità produttiva di un grande continente come l'Europa che ha già perso da tempo la supremazia dei mercati ed anzi è diventata il maggior mercato di sbocco delle produzioni agricole del mondo, ma che rischia di veder scomparire definitivamente una parte rilevante della sua agricoltura, quella che produce commodities come il grano, il mais, la soia, il latte, la carne è così via.

Inoltre un’agricoltura di commodities che attualmente occupa vaste aree agricole, basti pensare in Italia alla Pianura Padana, in grave crisi, può aprire le porte ad investitori esteri pronti ad acquistare vaste aree agricole.

Alcuni Paesi, quale, ma non solo, la Cina, che negli ultimi dieci anni ha investito ben oltre i 40 miliardi di dollari in giro per il mondo a comprare terreni agricoli, in Africa in particolare, avviando quel fenomeno noto come land-grabbing con effetti alcune volte devastanti per il territorio e per le stesse popolazioni locali, ha affinato il suo modo di intervenire, non più acquisendo terreni con i propri fondi pubblici, ma attraverso società private.

La Cina, molto preoccupata per la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari per la sua popolazione negli anni a venire, ha così cominciato ad investire in altri Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, e dopo l'Africa ha comprato aziende agricole in Sud e Centro America, nell'Est Europeo e, ultimamente, si è anche affacciata in Paesi sviluppati ma con il settore agricolo in difficoltà.

Ed infatti recentemente la Shanghai Zhongfu Group ha acquisito per 700 milioni di dollari aziende produttrici di zucchero e sorgo in Australia,la Chongqing Hondo Agriculture Group ha investito, sempre in Australia, 100 milioni di dollari per acquisire aziende zootecniche ed altre ne hanno comprate il Hailiang Group, il Taihua Food e lo Yiang Xiang Assets.

Questi massicci acquisti di aziende agricole da privati in un Paese sviluppato e grande produttore agricolo come l’Australia ha fortemente preoccupato il governo del Paese che attraverso il suo Ministro dell'Agricoltura Mr. Barnaby Joyce ha lanciato un vero e proprio allarme sul crescente fenomeno.

I venditori australiani sono prevalentemente grandi aziende familiari con consolidata tradizione agricola ma che negli ultimi anni hanno sofferto per gli anomali andamenti climatici e le difficoltà legate alla volatilità dei prezzi agricoli e delle materie prime.

Il cambio di marcia delle aziende cinesi, forse, dovrebbe preoccupare anche i decisori politici e i burocrati comunitari, affinché possano assumere decisioni utili a tutelare la nostra (ex) grande agricoltura.



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